Mi alleno perché mi piace. E non ci sarebbe molto altro da aggiungere in realtà.
Penso che nella maggior parte dei casi si sia persa persa di vista la dimensione delle cose. In molti casi si intraprendono azioni per motivi che non hanno nulla a che vedere con l'azione in sé. Spesso queste azioni hanno lo scopo di mettere a tacere dell'altro.
Mi alleno perché mi piace allenarmi. Sembra una risposta stizzita ma è una risposta molto semplice ed onesta.
Non sento il bisogno di iscrivermi ad una gara per allenarmi. Mi sono allenata per passione, poi mi sono allenata per le medaglie. Le medaglie mi hanno tolto il divertimento, hanno fatto diventare tutto permeato di vincoli, contornato da scadenze, aspettative da rispettare, piani da stabilire. Rischi da prendere o non prendere. Cose da fare per mettersi nelle condizioni di raggiungere l'obiettivo. E qual era questo obiettivo? Vincere.
Vincere. Vincere è l'obiettivo di molti quando attaccano il numero sulla schiena. Almeno venti persone sperano di poter vincere, pensano di poter vincere. Ognuna di loro ha lavorato per raggiungere l'obiettivo.
Vince solo uno. Sul podio salgono in tre. Quindi vince chi fa di più.
Vince chi si allena più ore, chi spende più soldi per l'attrezzatura, chi mangia meglio, chi pesa meno, chi pesa di più.
Vince chi passa più tempo in altura, chi fa heat training, chi si alimenta con più carboidrati per ora. Vince chi rimane in piedi.
A volte mi sembra una lotta tra gladiatori in un'arena. Questo vale nel mondo professionistico - dove tutto ciò ha comunque un qualche senso - e nel mondo amatoriale.
Nel mondo professionistico è appunto il lavoro per cui si è pagati. Nonostante sia un lavoro non mi trovo d'accordo con la visione del last man standing. All'interno di una performance di uno sport di endurance si riversa ogni singolo minuto della propria vita, perché ognuno di questi conta. Come mangi, come dormi, quanto sei stressato, quanto sei sereno, cosa hai fatto i giorni precedenti, cosa hai fatto la stagione precedente. Ma è un lavoro, posso comunque comprenderne le dinamiche e accettarlo.
Nel mondo amatoriale non riesco proprio a vederne il senso, non a queste condizioni. Vedo troppe persone, e in prima linea ho visto molte volte me stessa, mettere di fronte ad ogni cosa la gara e tutto ciò che è necessario per vincerla. Alcuni lo fanno anche sapendo di non poter puntare alla vittoria, nemmeno lontanamente.
Sia chiaro, sono per la piena libertà di ognuno. Non penso che la mia visione debba essere quella di tutti. Quando vedo che questo modo di agire porta a vivere in un mondo parallelo autoprodotto in cui facciamo di tutto per emulare i professionisti mi fermo però a riflettere. Non siamo professionisti e il nostro tempo deve anche includere un lavoro - quello per cui siamo pagati - ed una vita di impegni e attività extra. Ne vale la pena? Non c'è davvero altro nella vita che stai trascurando per questo?
Negli anni in cui gareggiavo, negli anni in cui facevo l'impossibile per incastrare tutto il necessario all'interno della giornata lavorativa, ho sempre sostenuto che non fossero sacrifici.
Erano scelte. Ed è vero, lo erano perché avevo scelto di dedicare anima e corpo a quello. E per qualche anno, due o tre circa, mi ha dato molto.
Ho vissuto tutto appieno e scalato in poco tempo quello che per i più sarebbero stati almeno dieci anni di esperienza. Ho vissuto quei dieci anni in tre ma ho presto cominciato ad essere infelice.
Pur avendo condensato i traguardi in pochi anni non stavo facendo cose così diverse dai miei "pari", anzi.
Sono inoltre entrati per me temi di sponsor, di doveri, di vincoli non decisi da me. Di pressioni messe da altri - vere o presunte - e da me stessa.
Sono uno spirito libero e quando ho iniziato facevo tutto se e perché lo volevo. Decidevo tutto last minute in base a come mi girava e mi divertivo. Nessuna pressione interna o esterna. Poi tutto è cambiato.
La competizione è diventata rapidamente più serrata.
Era una gara a chi faceva più ore di allenamento, più metri di dislivello prima della gara, chi andava in altura in estate o chi al caldo in inverno.
Ad un certo punto era diventata in modo evidente una gara a chi pesava meno e a questa di gara non ho mai voluto partecipare. Mi faceva schifo.
Mi faceva schifo tutto quanto.
Ero schifata dal tunnel in cui ero, dal tunnel in cui vedevo gli altri. Me ne sono resa conto in modo chiaro quando sono stata costretta ad una pausa in seguito ad una caduta; questo è stato il primo step di consapevolezza.
In una prima fase non potevo fare gare perché le mie condizioni post operazione per più di sei mesi non me lo hanno permesso. Da un lato mi innervosiva la cosa, dall'altro sentivo che la scusa mi era comoda perché - in realtà - ben altro si era rotto e non era riparabile con delle suture chirurgiche.
In ogni situazione cerco di trarne vantaggio. Nella pausa forzata ne ho approfittato per dedicarmi ad interessi messi da parte.
Sono stati mesi sereni nonostante le difficoltà evidenti di un recupero lento e doloroso. Avevo un braccio fuori uso, faceva male notte e giorno. C'erano però cose nuove che potevo fare, che avevo il tempo per fare.
Non potendo più salire le montagne in bici le salivo a piedi.
Ho comprato una macchina fotografica e nel tempo libero studiavo come usarla e mi cimentavo nel fare foto (cosa che faccio tutt'ora).
Ho ripreso ad apprezzare la lettura. La quiete.
Ho ritrovato entusiasmo nel lavoro che era diventato un qualcosa che a fatica dovevo fare entro certi standard di qualità. Quello stesso lavoro era tornato ad essere uno stimolo per il mio cervello.
Ho passato mesi e mesi senza poter uscire in bici. Quando poi pian piano sono tornata a pedalare all'aperto volevo solo divertirmi. Volevo fare giornate in bici, quelle che prima non potevo fare per non compromettere gli allenamenti.
Volevo fare più giornate di seguito ad ammazzarmi di fatica non curante delle conseguenze. Perche' mi piace. Perche' posso farlo e lo voglio fare.
Volevo giri con obiettivo degustazione. Fermarmi in pasticcerie rinomate e fare la mia classifica personale della migliore Veneziana alla marmellata.
Volevo fare tutto. E l'ho fatto. Tutto quello che non era stato il caso di fare nei due anni precedenti.
Quell'anno - nonostante i mesi chiusa in casa a poter fare solo qualche ora di rulli - l'ho chiuso con più di ventisette mila chilometri. Battuto ogni mio record.
Battuto ogni mio record anche nella somma dei metri di dislivello positivo, perché i duemila metri in un'uscita erano diventati il minimo sindacabile per ognuno dei giorni del weekend. In settimana invece: "sotto i mille è scarico".
Ci ho dato dentro, ho recuperato tutti gli arretrati dei due anni precedenti. Tutti i vincoli, tutte le negazioni auto-imposte, imposte dal buon senso o da altri.
Arrivata ad Ottobre ero soddisfatta. Mi sono data quindi una calmata. Giusto per affrontare poi la stagione invernale con le giuste energie.
Avevo provato alcune volte nella vita a correre a piedi ma non è una cosa per cui il mio corpo è pronto o dotato. Ho sempre avuto infortuni pronti a fermarmi. Ci ho voluto comunque riprovare alla luce dell'esperienza accumulata in ambito sportivo e pian piano - incredibile - stavo correndo.
La corsa mi dà una sensazione di libertà ancora maggiore perché non c'è alcun mezzo oltre alle scarpe.
Se per la bici posso dire di essere naturalmente portata per la corsa vale il contrario e non la uso come scusa. È un dato di fatto. Dimostrabile scientificamente con misurazioni antropometriche peraltro.
Nonostante questo la amo.
Non mi interessa eccellere, so di non poterlo mai fare. La corsa mi ha messa di fronte a molti limiti fisici dettati dalla mia genetica e dagli anni di solo ciclismo.
Ha messo alla luce debolezze su cui ho dovuto lavorare. Prima di poterci lavorare ho dovuto identificarle. Capire cosa fosse la causa di cosa.
La corsa alimenta la mia sete di sapere, il mio amore per il processo.
Il processo di correre non è di certo una passeggiata. Passa attraverso dolori, regressioni, lente riprese, lavori di mesi in palestra prima di vedere miglioramenti.
La corsa passa attraverso un rimodellamento di pattern mentali e di conseguenza motori.
Ricordiamoci che ho trentacinque anni e alcune cose sono ben sedimentate.
Nella corsa si riflettono molti più segnali del corpo che la bici mette invece a tacere.
La corsa mi mette in comunicazione con ogni mia fibra.
Era il perfetto stacco prima di ricominciare con la preparazione ciclistica e il perfetto diversivo da mantenere poi.
Le cose però sono andate diversamente da come pensavo ed ho avuto un secondo schiaffone a farmi realizzare che "ok Martina, ti sei sfogata. Ma c'e' ancora molto altro. Tu non ti sei mai allenata per avere limiti. Ti sei sempre allenata per migliorarti. Sotto ogni aspetto possibile. Il ciclismo ti ha assorbita troppo."
Lo schiaffone è stato in due colpi, uno per lato.
Un primo stop per problemi ormonali che mi rendevano un incubo stare in sella. Non sono stati chiari subito ma tra Dicembre e Gennaio ho cominciato ad affrontarli con delle terapie. La prima sbagliata, che mi ha costretta a dimezzare o ancor di più i volumi di allenamento in bici.
Avevo già iniziato a fare qualche ora in più sui rulli per evitare di espormi troppo ai rischi della strada ma in questa fase la conversione da outdoor ad indoor è stata molte volte necessaria per permettermi di essere nelle condizioni di poter finire l'allenamento in un qualsiasi momento e di non farlo durare più di novanta minuti.
Ad Aprile ero a regime con la terapia, avevo ricominciato a fare qualche uscita più lunga ma ormai per allenarmi le opzioni erano almeno due: bici e corsa. La bici occupava comunque la metà degli allenamenti e spesso aveva la precedenza.
Stavo quasi bene da una settimana, avevo fatto qualche lungo degno che ecco il secondo schiaffone. Ma aveva ragione, avevo capito ma non abbastanza. Avevo bisogno di maggiore equilibrio.
Il trenta Aprile un dolore lancinante all'appoggio ischiatico mi ha tenuta completamente senza bici per quaranta giorni. Da metà ho potuto inserire qualche seduta sporadica ma molto leggera sui rulli perché avevo imparato a sedermi in posizione tale da non sentire quasi mai male e a non spostarmi di un millimetro. Quaranta giorni senza uscire ed avendo io due bici oltre a quella sui rulli avevo giusto iniziato a pensare di doverle vendere perché - oltretutto - la causa di questo dolore è rimasta parzialmente ignota. Esami e visite di ogni genere e gradi di radiazione non hanno mai dato risposte certe.
In questo periodo mi sono fatta molte domande e mi sono data ancor più risposte. Ho assaporato il tempo extra dato dalla riduzione da venti ore a settimana in bici a dieci scarse per poi diventare spesso ancora meno.
Se andiamo a guardare il volume totale per settimana non è poi così distante dalle venti ore che facevo negli anni della preparazione alle gare. La differenza sta però nella composizione di queste ore. La varietà di stimoli favorisce sicuramente uno sviluppo muscolare e propriocettivo completo. E qui penso che non ci siano dubbi. L'aspetto però da non sottovalutare riguarda i risvolti sulla psiche ed anche sui livelli di stress. A parità di volumi allenanti il cambio di stimolo rilassa la mente, abbatte la monotonia, permette al corpo di variare schemi motori e se strutturata bene puo' addirittura favorire il recupero.
Va sottolineato che più attività diverse facciamo e meno potremo pretendere di eccellere in ognuna di queste. La motivazione non risiede nel volume allenante eccessivo ma nell'impossibilità di dare i giusti volumi allenanti per ognuna delle discipline. Questi volumi sono necessari ad ottenere tutti quegli adattamenti specifici che permettono di migliorare la performance rendendo anche efficiente il gesto.
Il tempo che prima dedicavo esclusivamente alla bici ora è arricchito di molto altro tra corsa, palestra, camminata, fotografia, lettura, scrittura.
In questi ultimi anni avevo rinunciato anche alle ore dedicate alla manutenzione meccanica della bici, che ho sempre trovato appagante. Non ne avevo il tempo e nonostante preferisca fare da me molte cose ho optato per delegare al meccanico di fiducia. Da un lato avevo la sensazione di risparmiare tempo, dall'altro ero di continuo a diventare matta con la bici in macchina. Uno dei tanti controsensi.
Non sono mai stata favorevole ai compromessi nella vita. Se servono a stare bene non li definirei compromessi. Se servono a far stare bene gli altri prima o poi faranno stare male entrambi. Se servono a rendersi schiavi della frenesia di fatto non rientrano nel far stare bene.
Perché mi alleno, quindi?
Allenarmi è il punto di ingresso verso molte opportunità. Banalmente mi permette di prendermi cura della mia salute. Mi diverte, per certo. Mi dà infiniti stimoli per imparare e migliorarmi.
Mentre mi alleno posso iniziare un dialogo interiore e riflettere. Posso rilassarmi, posso spegnere il mondo. Oppure posso immergermi nel mondo, nella natura. Nella tranquillità. Oppure ancora posso darmi alla frenesia, alla velocità, all'euforia.
Mi alleno per esprimermi.
Mi alleno perché sono.
Martina Trevisiol


