/con·di·vi·ṣió·ne/:
La condivisione significa dividere, spartire o avere in comune con altri qualcosa, sia concretamente (un oggetto, un bene) che in senso figurato (un’opinione, un’esperienza, un’emozione). È l’atto di rendere accessibile agli altri qualcosa che possiedi (informazioni, conoscenze), o di partecipare insieme a un’esperienza, rafforzando legami e creando connessioni.
Prendete e mangiatene tutti: questi sono i cazzi miei, offerti sui social per voi.
C’era un tempo in cui si condivideva un fuoco sul quale cuocere il cibo, un tetto sotto cui ripararsi, degli attrezzi con cui lavorare.
Un tempo in cui si condividevano idee, e ci si batteva per poterle dire ad alta voce.
Un tempo in cui si condividevano scoperte, alla ricerca di un progresso.
Un tempo in cui si condividevano spazi di lavoro, viaggi, alloggi.
Un tempo in cui la condivisione era arricchimento. Era il coraggio di esporsi, e la volontà di spartire con altri qualcosa che, per entrambi, era di valore.
Un tempo in cui “mal comune mezzo gaudio”.
Un tempo in cui la condivisione era un gesto di generosità e apertura. L’apertura di un ponte a due direzioni.
Poi la condivisione ha mutato forma, in modo subdolo.
Rendiamo pubblica buona parte della nostra vita privata, perdendo il senso di cosa sia speciale e cosa non lo sia.
Vogliamo essere notati. Disperatamente.
Più cerchiamo di essere notati, più siamo ignorati. Scrollati.
C’è così tanto da guardare. Passiamo al prossimo.
Passiamo al prossimo, e a quello dopo. Passano le ore, e siamo sempre lì: seduti sulla tavoletta del cesso, oppure a un tavolo di un ristorante con la famiglia. Ma tanto è uguale.
Pensiamo di conoscere gli altri perché passiamo le giornate a guardare frammenti della loro vita, quelli che decidono di condividerci.
Noi li prendiamo e ne facciamo un po’ quello che ci pare.
Intanto abbiamo almeno qualcosa di cui parlare.
Pensiamo di essere meglio degli altri e vogliamo darne prova; condividiamo tutto quello che facciamo, perché il volume crea interesse.
Abbiamo bisogno di saturare la scena: più cose raccontiamo di noi, soprattutto se intime, più cresce l’interesse, più cresce il desiderio di seguirci.
Il tema è creare dipendenza e, una volta creata, alimentarla con tante carote.
Non importa se sono tutte soltanto carote. Basta che siano tante.
Dividere con altri è rapidamente diventato dividere gli altri.
Pensiamo che gli altri siano meglio di noi, ma non perché ci abbiano messo dell’impegno: semplicemente perché loro sono fortunati, o aiutati.
Gli altri hanno probabilmente condiviso un secondo della loro giornata. Il resto lo hanno passato a lavorare sodo, a… fare i cazzi propri.
Noi invece quel tempo lo abbiamo passato a guardare i cazzi loro. E, dato che non erano abbastanza, anche i cazzi di altri. Con qualche intermezzo di autocommiserazione.
Condividiamo tantissimo. Continuamente.
Cosa?
Il cibo per chi non ha cazzi propri di cui nutrirsi. E loro fanno lo stesso con noi.
Questa è condivisione.
Un’opera di bene.
Buon 2026


